L’asino geniale (di Nando De Vitis)

Non l’avrei mai detto (ma è comunque una piacevole sorpresa) che a Maurizio Cattelan, forse l’artista contemporaneo più iconoclasta oggi in circolazione, fosse dedicata una serata nell’ambito della Settimana della Cultura organizzata dall’Assessorato alla Cultura e allo Spettacolo del Comune di San Michele Salentino.

Cattelan, autodidatta, è un artista che gioca con le icone (non solo del nostro tempo) universalmente riconosciute come tali; siano esse religiose, politiche o appartenenti alla storia (dell’arte).

Provoca e scandalizza in modo imprevedibile, usando mezzi espressivi che fanno parlare di Dadaismo quanto di Pop Art e spingendosi in campi in cui la scultura è prossima alla performance.

Ma Cattelan non parla di provocazioni e scandali casuali, programmati e preventivati, bensì di un potere che hanno le immagini di anticipare il futuro e quindi di “scandalizzare” il pubblico che non riesce a riconoscersi in ciò che vede.

Maurizio Cattelan

Le sue sculture (o meglio immagini, o meglio ancora, come preferisce definirle, “variazioni statiche della realtà”) al di là del fatto se si possa parlare di provocazione o meno, non possono certo essere ignorate.

Ed infatti non lo sono.

D’altronde come potrebbero passare inosservati undici metri in marmo di Carrara, che mandano a fare in culo il mondo della Finanza, piazzati in piazza Affari a Milano?

La città fu spaccata in due per quel dito medio alzato (“Omnia Munda Mundis”), e l’amministrazione comunale fu obbligata ad un incontro chiarificatore con Raffaele Jerusalmi (amministratore delegato della Borsa) e costretta a mediare: sette giorni di installazione, in coincidenza con la settimana della Moda (quando le strade di Milano sono teatro di diversi eventi culturali), invece di un mese.

Che non sembrasse, insomma, troppo esplicito quel “fuckoff” al mondo dell’economia.

Ma nello stesso tempo anche il mondo religioso era alle prese con il problema Cattelan; per via dell’installazione con un equino imbalsamato, trafitto da un’asta sormontata da un cartello con la  scritta INRI, il cui contenuto, giudicato inopportuno per essere esposto a pochi passi dal Duomo, nelle sale di Palazzo Reale, mise l’artista nella condizione di dover rinunciare alla sua mostra personale.

Mondo religioso che si era, peraltro, già dovuto confrontare con l’opera forse più nota di Cattelan “La nona ora”, in cui Papa Giovanni Paolo II aggrappato alla Pastorale si piega a terra abbattuto da una meteorite.

Che la Curia accettasse, all’epoca, l’esposizione dell’opera e che Cattelan negasse gli intenti provocatori (“Il Papa è più che altro un modo per ricordarsi che il potere, qualunque potere, ha la data di scadenza, come il latte”) non sembrarono ragioni troppo convincenti per non pensare che fosse l’esatto contrario.

Ed infatti, di fianco alle migliaia di persone che inorridirono per siffatta bestemmia, altrettante, come sostengono in molti, lessero una sorte di punizione divina per le malefatte perpetrate dalla chiesa in duemila anni di storia.

E poi, la finta Biennale ai Caraibi dove i critici accorsi da tutto il mondo non trovarono nessuna opera esposta, ma gli artisti invitati che villeggiavano gratis; la celebre performance durante la quale attaccò al muro, con strisce di nastro adesivo, il gallerista Massimo De Carlo; la sua dura critica contro il sistema delle esposizioni e delle biennali, tramite la messa in scena di “Lavorare è un brutto mestiere” consistente nel vendere ad un’agenzia di pubblicità il suo spazio espositivo; Hitler in ginocchio che prega; la denuncia alla polizia del furto di una sua opera invisibile; la tela squarciata con tre tagli alla maniera di Lucio Fontana creando la “’Z” di Zorro; manichini di bambini impiccati; cavalli con la testa conficcata nel muro e il corpo penzoloni; la donna crocifissa; tutti interventi in cui si avverte sempre il gusto dello spettacolo, del grottesco, dell’umorismo.

Una sorta di rappresentazione dell’assurdo dove le regole vengono eluse e dove la provocazione, voluta o meno che sia, comunque esiste e se per un verso può suscitare perplessità e dubbio per un altro verso seduce e colpisce.

Cattelan non ha fatto a meno delle sue uscite imprevedibili e destabilizzanti nemmeno il giorno in cui gli fu conferita la laurea honoris causa dalla facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e, identificandosi con un asino simbolo di ignoranza, ne regalò uno imbalsamato all’ateneo. Titolo dell’installazione, quasi un autoritratto, “Un asino tra i dottori”.

Sinceramente, ho il forte dubbio che l’amministrazione comunale sia pienamente consapevole del “tipo” di artista che verrà omaggiato il 20 aprile.

Non perché sia un’amministrazione di centro-destra (se ce ne fosse una di centro-sinistra sarebbe la stessa e identica cosa), ma perché la troppa irriverenza non è mai stata gradita al “potere”, di qualunque genere, meno che mai, poi, se si toccano alcuni temi.

Ma questo è un altro discorso.

Spero che la serata sia accompagnata dalla visione delle opere di Cattelan, stampe o proiezioni che siano; perché parlarne senza rendersi conto della forza espressiva che sottendono è cosa inutile, nonché occasione sprecata.

E spero che la conferenza inizi con un po’ di ritardo rispetto all’orario previsto. Rientrerò a San Michele non prima delle 19,30 e mi dispiacerebbe mancare l’appuntamento con un asino del genere.

“Ignorante” si, ma in modo geniale.

Nando De Vitis

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Un Commento a “L’asino geniale (di Nando De Vitis)”

  • Ciao.
    Bella la prima foto, quel dito alzato, semplice e chiaro, un gesto pieno di significato, e senza bisogno di parole. Si potrebbe per esmpio scrivere, dedicato a Tizio e Caio, e questi capirebbe subito il significato.
    Si bella immagine, me la copio e me la tengo da parte mi potrebbe servire in futuro.

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