IL MIO DIZIONARIO (di Vincenzo Palmisano) – 27^ parte

GIORGIO LA PIRA

Giorgio La Pira, giurista, docente universitario, parlamentare, sindaco di Firenze, promotore instancabile di riunioni internazionali imperniate sul tema della pace e della civiltà cristiana e difensore dei diritti dei lavoratori, tenne uno dei suoi discorsi pubblici a San Vito dei Normanni (Brindisi) il 27 novembre del 1959.

Quel giorno, infatti, l’onorevole La Pira, invitato dall’avvocato Piero Sacco, arrivò nel Monastero delle Oblate Benedettine. E qui, riflettendo sul Vangelo e mettendo ripetutamente l’accento sulla fraternità reale e sulla carità scambievole, tenne una lezione-conferenza dal titolo ”Il problema dei problemi”.

Tra il pubblico numerosissimo, accorso da tutta la provincia per ascoltarlo, c’ero anch’io.

Sono passati sessant’anni da quel pomeriggio straordinario e il discorso di La Pira, chiaro immediato e diretto, a lungo applaudito, riecheggia ancora nella mia anima.

E oggi, per rinverdire quei momenti memorabili, mi piace trascrivere qui di seguito alcuni passaggi attingendo al testo fotocopiato della sua lezione, che il mio archivio mi ha restituito.

“…risolvere nel più breve tempo i problemi più elementari del lavoro, delle abitazioni, dell’assistenza, del tenore di vita…”.

“Siamo gli edificatori della città futura e dobbiamo darci da fare e pagare il nostro contributo che ci fa penare”.

“Bisogna rileggere il Vangelo”.

“Tu sei impegnato in questa avventura della storia umana e non c’è niente da fare: tu devi dare un colpo di remo”.

“Tutti siamo chiamati a partecipare alla costruzione di un mondo nuovo. Nei limiti in cui i cristiani avranno il coraggio di affrontare la cosa sino alla radice, possono fare delle cose prodigiose: ognuno nel suo campo e al proprio posto. Questo lo dissi anche laggiù, al Cremlino”.

“E’ importante pensarci, tanto la guerra non si fa, bisogna fare la pace”.

Cosa dire dopo questa rilettura cursoria?. Per quanto mi riguarda, il mio pensiero corre a San Francesco d’Assisi, a Lanza del Vasto, a don Tonino Bello e a papa Francesco.

Mi chiedo: Quando la guerra, cancro dell’umanità, sarà definitivamente debellata?.

CIBO

“La lettura è per me cibo: se non leggessi più, entrerei in una fase di squilibrio psicofisico”.

E’ l’ennesima definizione di lettura. Bella nuova originale, perché è il ritratto perfetto del cosiddetto “lettore forte”, che non smette mai di “cibarsi” e non è mai sazio.

La pronunciò l’editore-scrittore Raffaele Crovi in una sua indimenticabile conferenza a San Vito dei Normanni il quattro ottobre 1997.

Di quel periodo, in cui era assessore alla cultura Nuccio Chionna,  oggi direttore de “Il Punto”, ricordo due bellissimi eventi: il conferimento della cittadinanza onoraria allo scrittore e giornalista lucano-barese Raffaele Nigro e la vibrante lezione del compianto professore Vitilio Masiello, tenuta nella sala consiliare del Comune, gremita di un pubblico plaudente, sull’opera letteraria del neocittadino onorario.

LACONICITA’

Tomasi Montanari io lo leggo ogni settimana su “ Il Venerdì di Repubblica” nella sua imperdibile rubrica “L’ora d’arte”. E ogni volta penso: bisognerebbe andare a scuola da lui  per imparare la potenza espressiva della laconicità, per evitare di scriversi addosso.

CASSA INTEGRAZIONE

Il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Alberto Selvaggi intervista Francesco Divella, Amministratore delegato dell’Azienda di famiglia che produce la famosa “Pasta Divella”, e a un certo punto, dialogando con lui, gli dice: “Avete 350 dipendenti diretti e 150 indiretti. E nessuno mai ha fatto una sola ora di cassa integrazione.

E l’industriale barese risponde: “Mai, precisamente. E motivo di soddisfazione per me è anche il fatto che abitino tutti al massimo a 20 chilometri di distanza dalla Divella. Però non mi piace la parola che ha usato: dipendenti. Io non li ho mai chiamati così, sono collaboratori, per me. Collaboratori diretti che mi sostengono con il loro affetto, con le loro capacità, legati anche da un rapporto di confidenza.

Una risposta a dir poco stupefacente che, in un dicembre come questo, così vuoto e oscuro per colpa del Covid 19, aiuta a credere in un futuro migliore, in un mondo nuovo in cui anche gli ultimi abbiano di che mangiare.

Vincenzo Palmisano

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