La cassarmonica (di Nicola Romanelli)

A leggere alcuni commenti su facebook (pagina midiesis) per la festa patronale mi ha assalito una certa amarezza che si é presto trasformata in gioia riandando indietro nel lontano 1953 per rivivere quei momenti di felicità pura!
La festa del patrono capitava a cavallo di luglio e agosto e le campagne erano popolate di gente mentre il paese era deserto. Era un evento eccezionale che tutti, vecchi e bambini e i giovani sentivano e si preparavano con ansia crescente. Per quei giorni tutti si riversavano nelle proprie case in paese per partecipare in massa alla festa del patrono.
Ecco come un bambino di otto anni vedeva la festa di San Michele Arcangelo (Dal libro “Il gusto della mela” scritto da un sammichelano doc. Nicola Romanelli):

I preparativi quelli impegnativi sono terminati. La strada principale che dalla piazza porta al cimitero è inghirlandata a festa. Archi floreali rivestiti di luci colorate mi gonfiano il petto dalla gioia. Quante  volte siamo stati cacciati a sgridate dagli operai mentre erano all’opera! Ma per noi la festa era pure quella, anzi  i preparativi sono proprio quelli che ti elettrizzano più della stessa festa. E questa volta pure a debita distanza neanche le sassate di qualche pignolo ci avrebbe fatto desistere.

Gli archi erano stati montati anche sulla strada che porta verso Ceglie e quella verso il Lamone, in quell’enorme avvallamento prima del macello. Giù al Lamone fervevano i lavori  i più attesi: i fuochi d’artificio.

Ma quello che non solo a noi bambini ci scombussolava dalla gioia e anche i grandi restavano stuccati dalla meraviglia era nella sua maestosa bellezza la:  CASSARMONICA, a frotti giravamo attorno mentre la montavano ammirando l’opera e  invidiando i suoi operai. Quando finalmente era finita per me non sarebbe stata festa se non fossi riuscito furtivo a salirci sopra per un solo istante sfidando calcioni e improperi.La mattina presto passo dalla bottega di mastro Nuccio proprio mentre egli arrotola la persiana e l’attacca con una cordicella per fare entrare un po’ di luce e aria fresca nello stanzone.

-          Ancora qui sei, Colì! Per l’anno che viene ti assumo come garzone, così almeno ti tieni occupato e non stai a importunare la gente.-

-          Io non ti voglio far perdere tempo. Voglio solo il mio vestito!- Beh, è pronto o no?-

-          È pronto, è pronto, ma devo stirarlo. Intanto vai a prendermi il caffè al Bar Paravient, d’accordo?

Non me lo faccio ripetere due volte. Era un modo di dare fiducia, chiedere un servizio a un bambino, ed io mi sentivo orgoglioso.

Di corsa vado al bar a prendere il caffè per Mestr Nucc.

Era abitudine in paese. Ogni tanto si passava per giocare a carte e a chi aveva dei debiti il cameriere con molta cautela lo ricordava e incassava ringraziando. Mestro Nuccio da molto tempo non andava a giocare a carte e il conto …

-          Ricordagli di venire a passare per il conto – conclude con simpatia Masin il cameriere.

-          Ricordaglielo tu stesso, non sono fatti miei -

Piano, senza travasare una goccia, annusando il dolce aroma, sto svoltando l’angolo, quando Michelino che veniva a lavorare mi raggiunge di corsa e mi molla uno schiaffone sul collo a mo di saluto. Il buon  caffè con la tazza è sulla ghiaia, in mano mi resta l’inutile piattino: – Li muert… per mastro Nuccio era…e… -

-          Un’altra volta stai più attento, che c’entro io … – e di corsa se ne va in bottega.

Vado di nuovo al bar. Ne chiedo un altro per mastro Nuccio. Questa volta sto attento, ogni tanto mi giro indietro.

Intanto davanti al bar di Paravient due esattori, Pino Bellanova e Cosimo Lamorte, seduti a un tavolo con sopra un monumentale libro bianco e una scatola di cartone, invitano con fare risoluto i frettolosi passanti a versare la mille lire per la festa.

Ahi non ho tempo, passo più in là, non porto soldi al momento, e tutti coloro che insomma fingono di squagliarsela alla chetichella, ci pensano i volontari aiutanti che bloccano i passanti alla maniera paesana.

Ridendo e scherzando racimolano a volte con bestemmie e minacce, quelle mille lire che non vogliono uscire. Se volete la festa contribuite. Se non la volete, ditelo e non se ne parla più. Ma i fuochi d’artificio costano e non ci deve essere chi paga e chi fa il furbo. Vi dico che quei disgraziati di  esattori non sono andati di propria volontà a cacciarsi in quel ruolo. E durante tutta la settimana prima della festa, hanno dovuto sudare le proverbiali sette camice per costringere gli abitanti a versare la colletta. E il bello che quando non ne potevano più di quelle scenate, minacciavano : – Zoticoni, villani, il prossimo anno non vi facciamo la festa! -  al che rispondevano allegri e sollevati :- Era ora, l’avete capito, quella ce la fate tutti i giorni. -

Il venerdì sera comincia la festa. Rassomiglia a una qualsiasi domenica. Voglio dire un giorno di festa normale, il bello viene nei giorni successivi. Insomma la gente se la prende comoda e non vuol bruciare le tappe, come a un pranzo festivo: si comincia con gli aperitivi e gentilezze e si finisce alla grande, con le polpette, carne di yadduzz e coniglio, diversi tipi di selvaggina e abbondante vino genuino e poi allegramente  brilli si finisce in baldoria tra i parenti divertiti.

Il sabato nella mattinata sono in giro con i miei compagni. Indosso i miei calzoncini con la camicia bianca e la giacca. La mamma mi raccomanda all’uscita che quando mi devo sedere devo stendere il fazzoletto per non sporcarmi il vestito nuovo. E difatti sto molto attento ma nello stesso tempo mi disturba, non posso giocare con libertà di movimenti e devo stare più attento a non sporcare il vestito che a giocare. Stufo e arrabbiato torno a casa. Mi svesto, appendo il vestito alla sedia e metto quei calzoni piccoli di ogni giorno in cui sono a mio agio.

Vado dalla mamma e le dico serio :

-          Non voglio sporcare il vestito nuovo. Vado a giocare con questi che sto meglio.-

Ed esco di nuovo a giocare con i miei alle cinque pietre e con le cartine dei corridori di bicicletta.

La sera arriva sul paese in festa. La gente scorre su e giù nella strada maestra avanzando come si suol dire a gomitate. Le famiglie al completo, sfoggiano i vestiti nuovi appena usciti dal sarto. S’incontrano con parenti e amici e si complimentano a vicenda. I bar sono affollati e i sopravvenuti  si promettono di vedersi al prossimo bar per un rinfresco magari  lo spumone o la granita, ciò che seduti ai tavoli davanti i bar consumano con gusto. I bambini attorno i tavoli leccano il cono che per l’afa si scioglie troppo in fretta, e malgrado le precauzioni gocce appiccicose cadono inesorabilmente sui vestiti nuovi, facendo stizzire i genitori e altri parenti che accorrono con fazzoletti fatti bagnare al bar per rimediare alla brutta figura e ai soldi buttati per niente.

Malgrado il cono sia da me lungamente preferito ed anche meno caro, per non macchiare il nuovo vestito mi comprano la coppa. Il gelato al cioccolato e nocciola invece di leccarlo lo mangio col cucchiaino, ma il piacere non è come leccare un cono. E mentre gli altri sono impegnati coi vicini e conoscenti, immergo il muso nella coppa, e ritrovo il mio gusto!

A poco a poco le famiglie dopo aver soddisfatto la curiosità di vedere cosa indossano gli altri e farsi notare, si ritirano, per mettersi a loro agio e anche per riprendere la buona abitudine di sedersi davanti casa, chiacchierare coi vicini e  passanti, e sgranocchiare noccioline.

I giovani e i bambini sono irreperibili. Le giostre sono colme, e bambini che piangono stizzosi per non poter soddisfare a loro piacimento i desideri sono tanti. Per me, consapevole dei limiti, la soddisfazione di vedere tante giostre mi riempie il cuore colmo di felicità e non desidero altro. Solo a una cosa non so resistere: vado dopo qualche ora dalla mamma e allora l’abbraccio e la prego: – Mamma, dai, dammi i soldi per un gelato. Dai mà . –

E infatti dopo qualche tiro e molla per il solo gusto di trattenermi, finalmente cede. Ridendo per le moine acconsente, a patto che porti pure a lei un gelato al limone e nocciola. Avuto i soldi parto sparato nel folto via vai dei paesani. I gelati li faccio riempire come si deve, facendone aggiungere fin quando giudico soddisfatto. Ed esperto nel gioco a purg scarto tutti nel serrato andirivieni senza danni. Mi diletto della gioia di mia madre quando la guardo mangiare il gelato. Sembra una bambina. No. È una bambina della mia stessa età. E qualche volta ci scambiamo leccate ai gelati per provare gli altri sapori.

Ancora qualche ora più tardi eccomi di ritorno. Nunna Letchye mi vede arrivare, e mi rampogna alla sua maniera. È simpatica ma piccante come un diavolicchio, abita di fronte a noi. Magrissima e sempre allegra. Mamma di Danodda la moglie di mio fratello Giuseppe. Ci vogliamo un gran bene senza dircelo. Lei è come il vento che spiffera tra le fessure. Sconquassa tutti dalle risate:

- Ecco qua, arriva l’esattore delle tasse. Fuggi Che! Sprangati dietro la porta se vuoi salvare quei pochi spiccioli…-

- Non ci sono più soldi, ce li siamo mangiati in noccioline! -

Guardando per terra noto le scorze, e mesto me ne entro in casa.

Mi rifaccio coraggio esco e abbraccio la mamma alla schiena. Le sussurro : – gli altri mangiano la granita. È buona la granita! Come è fresca! Mà, se ne vuoi la vado a prendere. –

Lei ride divertita. Dalla tasca del suo grembiule prende le monete. Per lei granita alla menta e na quart di nuscedd (un quarto di noccioline), ed io mi prendo la granita al limone. Arrivo a casa saltando gli scalini davanti le porte. La mamma distribuisce le nuscedd alle donne sedute attorno attorno e poi ci gustiamo il rinfresco degli dei.

E sempre quando torno a casa mi domanda se ho visto le sorelle e alla risposta affermativa emette un placido sospiro. Per me è un andirivieni gioioso, vado e trovo facilmente i miei compagni abitudinari, con essi gioco e quando voglio andare a casa li lascio assicurandoli che vado e torno.

Lungo la strada principale vi sono le bancarelle colme di ogni ben di dio. Montagne di nuscedd, profumate nocciole, mele che sembrano dipinte e semi di cucuzze abbrustoliti di cui andiamo matti. Su altre bancarelle viene esposta a profusione la zuccherata copeta, vi è anche quella bianca. E lo zucchero filato e tante leccornie. Passo con la mia banda e ci riempiamo gli occhi il naso e la gola sembra un ruscello gorgheggiante. Quasi si soffoca per l’acquolina in bocca. Che gioia per i sensi e la voglia ci porta ognuno verso la fonte di quelle felicità. Quasi litighiamo nella foga di spartirci i desideri preferiti.

In questi giorni, sappiamo essere grandi nel frenare i nostri istinti e per questo siamo anche premiati. Sono discreto nel chiedere, ed in genere ottengo.

Camminando per strada sentiamo sotto i piedi lo sfrigolio delle bucce di noccioline, e ci fa piacere. L’allegria della gente è contagiosa.

Ad un tratto il vociare cala e la musica si espande nell’aria. La folla come uno sciame di api si avvia attirata dalla CASSARMONICA.

È il momento culturale della serata.

La musica mi attira, quasi m’ipnotizza. Mi eleva. Pezzi del Barbiere di Siviglia, della Traviata, venivano eseguiti nel silenzio religioso dei presenti. I tenori e le soprane  si esibivano nell’ammirazione reverenziale e la musica finiva in bellezza con un ascendente fragoroso.

Sentivo dei nomi bisbigliati con stupore  e riverenza: Verdi, Rossini, Mascagni – capivo che erano personaggi tanto importanti impossibile da vedere, che restavano nascosti nella Cassarmonica, e andavo a spiare tra le fessure della stessa, ma dentro era tutto vuoto.

Il vociare alla fine riprendeva a fatica, sopraffatti dall’emozione. Ma la festa riesplodeva, tutti dimentichi delle fatiche del vivere quotidiano, ma proprio per questo si viveva questo momento gustandone ogni attimo.

A musica finita, attorno alla cassarmonica, cominciamo a giocare a purg e nella foga di rincorrerci mi scontro frontalmente con un altro ragazzo di un’altra banda che giocavano allo stesso gioco. La mia fronte contro la sua. Dai miei occhi schizzano scintille di fuoco. Poi sulle mie mani vedo del sangue. Mi spavento. La gente accorre a darci qualche aiuto. Vengo accompagnato a casa. L’altro non so cosa gli sia successo. Ma noi bambini abbiamo un recupero formidabile.

È tardi. Il sonno mi rimette in sesto e sono pronto per la domenica: Il giorno culminante della festa di San Michele Arcangelo.

Prima della Messa si fa la processione cui partecipa tutto il paese. Ne sono sicuro perché sento delle esclamazioni soffocate: non si vede neanche un cane per le strade!

I paesani sono devoti e ringraziano l’Angelo per la protezione e ad esso si affidano per il futuro.

La chiesa è stracolma. Il canto “a san Michele Arcangelo …” è popolare e le tre navate della chiesa rintronano maestose. A mezzogiorno sulla tavola troveremo piatti speciali, come è speciale la festa. I paesani per questo hanno fatto qualche sacrificio in più  e con i risparmi possono levarsi qualche sfizio, e permettersi più di un extra.

Anche se è domenica, c’è il mercato del melone, montagne di meloni di tutte le specie e non ti dico la ressa. Tutti comprano. Però prima tutti vogliono provare…

Il venditore finge di essere furioso per la mancanza di fiducia nella bontà del suo prodotto, pratica un foro quadrato sul fianco dell’anguria, tira il cuneo rosso zuccheroso e lo da a provare. Ma i compratori non si lasciano convincere facilmente e richiedono altre prove. Quando finalmente si decidono tentennando accusano il venditore di aver aperto quelli che lui precedentemente ha preparato. A casa avranno meloni  appaddet (non maturi) e che quindi butteranno i loro soldi.

Il venditore pur sapendo che è una messa in scena, non può evitarla, e fingendosi offeso spacca meloni di qua e di là a casaccio offrendoli a quei ladri che lo vogliono rovinare. Dopo, ormai convinti e pieni, tra bestemmie e risate tirano fuori i soldi e se ne vanno a casa col sacco strapieno sulle spalle.

Quando entro in casa trovo mio padre in ginocchio mentre fa rotolare i meloni sotto il letto che Giuseppe e Antonio gli passano.

Qui stanno al fresco, dice. Ma non aggiunge: per tenerli meglio sotto controllo.

L’aria è impregnata dal profumo delle polpette fritte nell’olio d’oliva e di brasciuole affogate nel sugo per la pasta. Le sorelle sono indaffarate in cucina e nell’apparecchiare la tavola. Con indifferenza mi avvicino al pentolone dove sono le polpette fritte, pensando di non essere osservato allungo una mano e panfete che la mamma mi becca colla grande cucchiaia di legno. Un colpetto sulla mano, e uno urlio a denti stretti per farmi scappare. Me ne scappo ma la polpetta me la mangio lo stesso.

-          Se vieni di nuovo la becchi sulle recchie – mi avverte.

-          Questa sera, dice mio padre, quando si fanno le sei le sette, Nucc e Colin andata a raccogliere le scorze di melone dietro la scuola. –

Non siamo i soli, e dobbiamo sbrigarci a riempire il sacco. Che macello! Si vede quando c’è abbondanza e costano poco. Fette di angurie appena morsicate, e altre scaraventate al muro della scuola. La strada è letteralmente coperta, si deve aprire gli occhi a non scivolare. Facciamo presto a raccogliere quelle succulenti e quando il sacco è colmo con fatica lo portiamo in campagna. Come giungiamo presso la corte, i maiali ci fanno festa. Una ressa e grugniti acuti, e quando cominciamo a gettare le scorze in diverse direzioni per evitare che si scannino a vicenda non cambia niente. Per l’ingordigia si calpestano l’un l’altro.

-          I morti vostri – grida Nucc ridendo, facciamo tanta fatica per farvi contenti e voi vi ammazzate!-

Giro e rigiro, la cassarmonica colorata di luci, mi attira. È il simbolo della festa!

L’auto-scontro questa sera è accalcato. Si litiga invece di divertirsi.

Le bancarelle di noccioline sui marciapiedi traballano nella calca dei festeggianti ormai privi di ogni buona creanza, mentre i venditori reagiscono in malo modo per imporre un minimo di creanza!

Nei bar pieni di solo uomini indica che la festa è al suo culmine. Le mamme, le signorine quasi tutte si ritirano a casa o proseguono con i figli piccoli dopo la scuola verso la grande discesa prima del macello.

La campana della scuola rintocca nell’aria rinfrescata tre colpi. Sulla piazza langue la folla in attesa del prodigio, ed ecco l’inizio. Un colpo secco feroce e d’istinto tappiamo le orecchie. E cominciano le Oh Oh Oh  fino alle urla di sbalordimento quando come cascate di luci, il cielo si accende a giorno, allora tutti con la testa all’aria e la bocca aperta ammirano sbalorditi  i fuochi d’artificio … dopo com’era iniziato  altri colpi secchi annunciano la fine… subito sopravviene un buio surreale, il reale che porta al pensiero della continuità delle fatiche incombenti e mestamente ci si ritira nelle proprie case.

La gente si saluta già col pensiero alle occupazioni da sbrigare.

Nelle campagne vi è sempre tanto lavoro. I mandorli sono carichi ma le bucce delle mandorle non ancora aperte e si deve quindi attendere un paio di settimane. La vigna trabocca e si spera che scenda un po’ d’acqua a rinvigorire l’uva. I fichi stracarichi cominciano a gonfiarsi prima della maturazione. Sotto il sole d’agosto il tempo indica attendere come il pane nel forno che giunga a giusta cottura. E per ammazzare l’attesa due famiglie di contadini, caricarono su carri il necessario e trainati da cavalli, piano piano si diressero al mare.

Nicola Romanelli

2 Commenti a “La cassarmonica (di Nicola Romanelli)”

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    sono passati 62 anni ma i ricordi dei giorni di festa non sono per niente sfioriti! Auguro a tutti le stesse emozioni, di festeggiare il santo patrono, San Michele Arcangelo con allegria e devozione per ottenere protezione e aiuti esattamente come si faceva allora in quei lontanissimi anni.
    Una preghiera, da ragazzo si cantava l’inno ” a san Michele Arcangelo ” é un inno bellissimo e lo canticchio ogni qualvolta la nostalgia della mia terra e della mia gente mi stringe il cuore.
    Se qualcuno lo ricorda mi faccia il piacere di darlo a Midiesis it oppure di pubblicarlo su facebook.
    Grazie e Buone Feste in onore dell’arcangelo Michele.
    PS: una curiosità, quel ragazzo che si é scontrato con me attorno la cassarmonica non lo vidi, forse era Chirico Antonio? ma chiunque fosse sarei felice di conoscerlo e ricordare quei tempi dove lavorare in campagna era dura fatica ma colmi di soddisfazioni … per aver faticato!

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