I fessi fessi fatiyene (di Nicola Romanelli)

Una riflessione su due epoche completamente opposte: il frenetico lavorio di luglio di sessant’anni fa e luglio moderno coi pensieri in villeggiatura, al mare e le proteste sull’enfiteusi dei terreni che non rendono anzi costano per mantenerli! Tratto dal libro “Il gusto della mela”scritto da un sammichelano doc, Nicola Romanelli.

Luglio era un mese impossibile per il calore, eppure così vitale per la vita del nostro paese, richiedeva fatiche supplementari e lavori maggiori di tutto l’anno. Con la soddisfazione però che, malgrado il sudore, si raccoglievano i frutti anche dei sacrifici di tutto l’anno.
Fave, piselli, ceci, lenticchie, lupini, si maledivano mentre ti facevano crepare sotto il sole per estirparli dalla terra, portarli sull’aia e far correre gli asini in tondo, e poi col fassin alzato verso il cielo con lente vibrazioni aspettando la benedetta brezza, che non veniva mai, a separare foglie e crusca dal cereale.

Eri come statua di sale sotto il sole, generoso si e pure tiranno, bagnato di sudore e scorticato dalla graffiante crusca.

Quando saltellavo gioioso sui sacchi colmi di questi doni strappati alla natura vedevo il viso di mio padre fiero come un guerriero vittorioso in una mischia. Non sapevo allora ma io su tutti quei sacchi ammucchiati per casa, giocavo senza avvedermene su ciò che più tardi sarebbe stato scambiato in soldi per pagare il mio vestito e altri beni. Incurante dei suoi avvertimenti, (non andare sui sacchi, stai attento alla foca) (allergia) con i compagni e mio fratello Nzin, giocavamo con quella nuova occasione, e dopo neanche un giorno stavamo a grattarci forsennati il risultato del nostro irrefrenabile istinto a non ascoltare i grandi. Grandi macchie di puntini rossi si espandevano sulla delicata pelle, e le risate dei grandi con il loro ritornello ( ve lo abbiamo detto ) ci insegnavano più di tante belle parole inutili, ci sarebbe rimasto come un segnale d’allarme per tutta la vita, altro che scuola.

Luglio appena cominciato mostrava molti lavori finiti ma altri da finire. In paese vuoto e frenetico per l’andirivieni v’era per l’aria una soddisfazione come di un successo, ma tutto non era ancora finito e le vere battaglie, quelle decisive si stavano svolgendo nelle gravide campagne martellate dal fertile sole e implacabile Signore, che pretende il contributo.

Un piccolo curioso coniglio mi solletica il naso, apro gli occhi vicino ai suoi, e veloce come un fulmine si va a nascondere nei buchi del pavimento. Resto indispettito con le mani sul viso. Anche questa volta mi ha fregato. La prossima lo acchiappo senza aprire gli occhi!

Enzo invece ne ha due che gli giocano attorno e sottosopra e non lo temono. Per forza ha un viso tanto simpatico, e con quel muso! Anzi, allungo una mano e glielo stringo. Lui scuote il testone, e mi domanda: – Fammi venire con te oggi?- – Vai a giocare coi compagni tuoi. Sei troppo piccolo tu. –

-          Faccio quello che vuoi, ti do la pistola.-

Enzo era fissato di me, non gli mancavano i suoi amichetti, ma voleva stare con me, con i miei compagni, e cocciuto mi seguiva ovunque costringendomi a escogitare trucchi su trucchi per disperderlo. Lui non mollava, e sia per la simpatia sia perché era mio fratello qualche volta lo accettavo nella mia squadra, ma raramente, per il semplice motivo che era piccolo,  questa era un’altra di quelle ferree leggi o usanze:  ognuno giocava coi propri coetanei, e non s’intransigeva. Senza cattiveria, era così e basta.

Avevamo dormito la notte su dei sacchi pieni di rustucc fresco e odoroso, sul pavimento, ed ora svegli, sentivamo i rumori della campagna. Dalle voci conosciute c’era altra gente, nostri parenti.

Dal mummul bevo una sorsata di acqua fresca e lo passo ad Enzo. Vado verso il fusto pieno d’acqua per sciacquarmi il viso. Ma vi sono i topi che galleggiano. Tutte le notti quei fessi, provano a bere, cadono dentro e annegano. Non abbiamo mai avuto gatti per i topi, quel sistema dell’acqua è peggio. La sete è la loro sventura. Per fortuna nostra e delle nostre conserve.

Con un cartone ne tiro fuori una decina e li vado a buttare sul letame dei maiali dietro la corte.

Salgo sul tetto della lamia, dal pozzo tiro un secchio d’acqua piovana. Ne verso una parte nella bacinella e il resto nella menza, posta di solito  all’ombra del prugno.

Mi lavo il viso sfregandomi energicamente e mi asciugo con uno straccio sfilato ma pulito appeso al filo teso tra il prugno e l’ulivo davanti la lamia.

Dal tratur (tiretto) del tavolo prendo un pezzo di pane avanzato la sera precedente lo addento con gusto,  e fischiettando mi dirigo verso gli scappatori (estirpatori) di grano.

-          Colì, porta la menza, visto che vieni da queste parti – mi grida mio padre.

Torno con la stessa calma indietro sempre fischiettando. Prendo la menza  me l’appoggio sulla spalla giungo da mio padre e continuando a fischiettare il solito ritornello attendo che finisca di legare il covone.

-          Bravo caporale, portala alle donne, che muoiono di sete. –

Mi dirigo verso zia Vuleria (Valeria) e le chiedo: – Vuoi bere zia` Vulè ? –

La zia mi sorride, finisce di strappare il mazzo di grano dalla terra sabbiosa e lo pone a terra.

Tutti hanno sete e aspettano con ansia, quindi sensibile sorvola sui soliti lunghi inconvenienti di buona educazione, di gentilezza e di riguardo in uso e:

-          Versamene poco poco sulle mani, per favore – e porta a coppa le mani in avanti.

Come se fosse oro, con cautela gliela verso. Lei veloce si sfrega le mani e se le asciuga al fazzoletto che le copre i ricciuti neri capelli, annodato sotto la gola. Mi prende la menza, grazie mi fa con un sorriso, e beve una buona lunga sorsata che smette in un sospiro di piacere.

-          Toh cumma Ché, tocca a te.-  e la passa a mamma.

È una pausa veloce, solo per bere. Gli altri, aspettando il loro turno, continuano a strappare il grano e ed ammucchiarlo in covoni.

La menza passa di mano in mano, e nel frattempo, intuisco da solo che l’acqua non basta per tutti, corro al pozzo e preso un  secchio colmo, lo porto di corsa a mio padre.

-          Sei veramente un caporale, anzi ti nomino sergente maggiore. – Mi complimenta.

-          Come chiacchierano quelle là – dico alzando la voce di proposito per farmi sentire – di questo passo non finiranno mai.-

Lina che lavora a fianco a Macolata, mia cugina, risponde: Vieni qua, vieni. Vieni a lavorare un po’ anche tu. –

-          I fessi fessi lavorano – grido senza pensarci due volte, e me la do a gambe schivando una cometa di chiofe (zolle dure di terra) prontamente tirate dagli astanti.

-          Meglio per te che non ti ritiri a mezzogiorno – grida zio Michele agitando la falce.

Nell’aria c’è allegria! Tutti con la schiena piegata sgobbano e scherzano. Avanti scappano il grano dalla terra morbida e sabbiosa Lina, Ria mie sorelle con  Pompea, Linodda e Macolata  nostre cugine. Zia Valeria e mamma.

Dietro vengono lo zio Michele e zio Giuseppe che con falci affilate e lucenti tagliano le radici ai mazzi di grano che le donne hanno posato a terra.

E per ultimo viene mio padre che canticchiando allegramente ammassa i mazzi, li lega e forma dei covoni che pone uno sull’altro a formare grandi cupole.

Mi rallegro a vederli, il sole sale sempre più in alto, l’aria quasi prende fuoco.

Mi viene un’idea, e ad Enzo che mi sta sempre alle calcagna gli propongo un bel gioco.

Andiamo sotto il grande gelso, al riparo della sua fresca ombra. In un piatto mescolo terra con acqua.

-          Ue Nzi, dico, tu sei barbiere, e io il cliente. Vengo da te per farmi la barba.-

-           Manca il coltello, come faccio? –

-          Hai ragione, non ci avevo pensato – mi giro attorno come per cercare ispirazione, e trovo un pezzo di canna. La spacco a metà e ne do una parte ad Enzo.

-          Ecco il coltello, è affilatissimo, spacca il pelo, usalo bene –

Mi metto attorno al collo uno asciugamano, siedo su un secchio capovolto, con le spalle appoggiate al tronco del gelso e mi lascio servire.

Enzo si immedesima nella parte, eccome! Prende il piatto e mescola con le dita. Vi aggiunge un altro po’ di terra perché non scoli, e con sicurezza da professionista mi spiaccica la faccia. Stacca dal gelso due grosse foglie e comincia a radere. Ogni tanto con perizia libera il rasoio dalla schiuma-fango  passandolo sulle foglie.

La canna spaccata che lui usa è affilata davvero come un rasoio, ma Enzo non s’impressiona.  La sento sulle mie guance scorrere lieve e abile, sul labbro superiore dà dei colpetti sicuri.

-          Le basette le vuoi lunghe o corte ?  domanda con padronanza -

-          Fammele lunghe – rispondo

-          No Colì, per la testa che hai ti stanno bene corte! –

-          Quanto sei fesso, perché mi domandi? –

-          Per vedere come ti piacciono, ma io sono il barbiere e comando io. –

-          Ma io ti pago e fai quello che dico. –

-          allora io non te la taglio la barba -

Intenti a chiacchierare arrivano le donne che ci sorprendono. Immaginate le risate di scherno.

-          Al posto del sapone che costa, usiamo la terra. – dico per raffreddare le loro risate -

Non finisco neppure che sono investito da dietro con un getto d’acqua e uno scroscio di risate. Lina e Macolata scappano soffocate dal ridere, mentre reagisco investendole di terra sabbiosa nei capelli, ed essendomi capitato tra le mani il grosso secchio glielo scaravento addosso, ma loro svelte lo evitano che va a finire tra i piedi di mio padre. Lui, assieme agli altri che hanno visto la nostra scenata, con voce ferma e tracce di sorriso ci ordina di andare a prendere l’acqua che occorre a tutti per lavarsi prima di mangiare.

Sull’aia

Il rumore della trebbiatrice è assordante, e il puzzo di grasso o olio vecchio mescolato ai sudori degli uomini intestarditi che lavorano sotto quel sole bestiale impregna l’aia. A poco a poco prevale il santo odore del grano che la trebbiatrice separa dalla crusca e versa abbondante nei sacchi. I covoni a cupola ammassati nei dintorni in attesa del loro turno, arrostiti dall’aria surriscaldata, sprigionano il loro profumo dolce di paglia fresca. Chi può costretto ad attendere si sdraia all’ombra dei sacchi ripieni di frumento. Altri invece con al collo fazzoletti rossi annodati caricano con i forconi la levatrice che a sua volta è mossa da larghe e lunghe cinghie di trasmissione.

L’aria brucia, ma quei disgraziati, eroi per forza, si sentono liberi e soddisfatti. Si asciugano il sudore con grandi fazzoletti e appena ne hanno l’occasione, senza per questo lasciare il lavoro, bevono acqua dal mummulo, sempre posto in un angolo all’ombra e con forze rincuorate attaccano la fatica incuranti del carro di fuoco che spadroneggia nel cielo.

In questo inferno, aria irrespirabile e la polvere di crusca che ti acceca e si appiccica addosso, assieme alla mia banda troviamo il nostro mondo di avventure ideale, dove giochiamo a banditi e nascondiglio. A niente valgono i consigli, minacce e bestemmie di levarci dai piedi. Per noi è la nostra fiera, il momento magico più bello di tutto l’anno per lanciare la nostra fantasia senza briglie. Ogni tanto dobbiamo andare a prendere alla fontana non lontana acqua per i grandi ma è il prezzo da pagare per restare ed essere sopportati.

Solo quando spinti dalla curiosità ci avviciniamo troppo alla trebbiatrice allora l’ira appesantita da bestemmie di quei rudi cristiani che sottostanno al lavoro ma non accettano guai supplementari, ci spaventano fino a farci correre e ci fermiamo solo quando l’aria ci brucia i polmoni. Possiamo dire di essere stati inseguiti da diavoli col forcone.

Nicola Romanelli

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