IL MIO DIZIONARIO (di Vincenzo Palmisano) – 26^ parte

ALFABETO SERPENTINO

Tutti sanno che Dacia Maraini è una delle scrittrici italiane più amate dai lettori. “Una signora dagli occhi azzurri come il cielo della città bianca”. Così intitolai un articolo sul mensile “Lo scudo”, dopo averla vista e ascoltata in un incontro con gli studenti del Liceo classico di Ostuni.

Ma, forse, non tutti ricordano che il padre, scomparso nel 2004, era Fosco Maraini. Fu etnologo, antropologo, orientalista, scrittore, viaggiatore, fotografo, alpinista e docente di Lingua e Letteratura giapponese all’Università di Firenze.

Una figura poliedrica eccezionale, nella cui bibliografia c’è un libretto, fino a poco tempo fa irreperibile, dal titolo “Gnosi delle fanfole”. Una raccolta di componimenti ludici scritti in una lingua inventata con giochi di parole senza senso.

Ora, il ritorno in libreria dopo tanti anni, in una nuova edizione, di questa piccola singolarissima opera, ha riacceso in me il ricordo, intermittente ma incancellabile, di un’altra lingua artificiale, inventata: la lingua serpentina, parlata al tempo della mia adolescenza anche a San Michele, a Ostuni e dintorni, soprattutto dalle ragazze, per gioco o per scambiarsi segreti, informazioni, scherzi, senza farsi capire dagli altri, e anche per sbalordire e divertire.

Si chiamava serpentina perché a ogni sillaba o a ogni lettera si aggiungeva la S.

FACCINE

Il nuovo metalinguaggio di chi non ha voglia di scrivere o di telefonare.

ARIA SONORA

E’ la definizione nuova, originale e poetica che il grande direttore d’orchestra Daniel  Barenboim  ha dato della musica, la più spirituale e immateriale delle arti, capace di scuotere l’anima e di accendere emozioni.

ACRE

Ogni volta che leggo questo aggettivo, sento il sapore aguzzo, aggressivo e rabbrividente del succo del limone.

Ma poi, per associazione di idee, il pensiero corre al gelato e l’acredine svanisce.

GHIACCIO

Tomaso Montanari, eccellenza della critica d’arte italiana, ricordando sua nonna Maria scomparsa poco tempo fa a 100 anni, ha scritto :”Era nata in Toscana, in un tempo ( 1921 ) in cui si comprava il ghiaccio dai venditori ambulanti per conservare il cibo…”.

Quando ho letto queste righe, la macchina  della memoria, sempre pronta a ripartire, si è messa in moto, e la parola ghiaccio mi ha riportato a San Michele negli anni trenta del secolo scorso.

Allora da noi il ghiaccio non si vendeva nelle strade ma in luoghi chiusi, e arrivava, a mezzo traino o calesse, da una fabbrica di San Vito dei Normanni in blocchi quadrangolari di circa un metro di lunghezza, avvolti nella paglia in sacchi di iuta.

A San Michele il ghiaccio si comperava nella cantina di Ria. Io, durante l’estate, nell’ora più torrida della giornata, poco prima di mezzogiorno, ci andavo spesso.

Ricordo come se fosse ieri il momento in cui Ria si avvicinava a un grosso cassone di legno internamente rivestito di zinco, sollevava il coperchio, smuoveva la paglia che copriva il blocco del ghiaccio, ne tagliava un pezzo, lo metteva nel tovagliolo che avevo portato da casa, e una gelida folata di vento ci donava un po’ di refrigerio.

Correndo tornavo a casa. Mia madre  metteva il ghiaccio nella brocca dell’acqua al centro della tavola e, durante il pranzo, a me piaceva moltissimo versare una, due gocce di vino nell’acqua ghiacciata del bicchiere e gustarla centellinandola.

Così, con questo e altri semplici riti, uscivo a piccoli passi dall’infanzia.

SORPRESA

Incontro da una vita sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno Pietro Marino. Conosco  il suo percorso di docente e di critico d’arte. Con lui ho visitato virtualmente le più importanti mostre d’arte in Italia e all’estero.

Il 23 agosto scorso però, provocato dalla redazione del suo giornale, ha pubblicato un articolo sulla vita, le opere e la morte di Cesare Pavese, ed è venuto fuori un Pietro Marino critico letterario che, scrivendo, dipinge e scolpisce.

Una bella e inaspettata sorpresa per i lettori che da anni lo seguono con immutato interesse.

Per quanto mi riguarda, come sempre faccio quando quello che leggo mi colpisce, ho ritagliato l’articolo e lo conserverò nella cartella che custodisce tante altre sue cronache accanto al volume “Pietro Marino Arte Novanta Mario Adda editore”. Dedicato alle figlie.

Vincenzo Palmisano

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